May 2008
Monthly Archive
Interventi28 May 2008 04:11 pm
Quale strada per la Memoria
da http://www.emanuelefiano.it/home/
XVI LEGISLATURA
Resoconto stenografico dell’Assemblea
Seduta n. 10 di mercoledì 28 maggio 2008
INDICE
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE GIANFRANCO FINI (ore 9,25)
EMANUELE FIANO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
EMANUELE FIANO. Signor Presidente, ho appreso dagli organi di stampa - ed anche da una campagna di affissione di manifesti di Alleanza nazionale nella mia città di Milano - che noi italiani dovremmo andare orgogliosi della figura di Giorgio Almirante. Voglio allora contribuire anch’io al clima di ricordo di questa figura, leggendo da La Difesa della razza (rivista pubblicata all’epoca dalla Repubblica di Salò), un testo autografo di Giorgio Almirante in data 5 maggio 1942. Cito, con la sua firma: «Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti, - dice Giorgio Almirante - finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue». Ringrazio chi ha avuto l’idea di intitolare una via a Roma a Giorgio Almirante per non dimenticare, perché in effetti noi non dimenticheremo mai. Vi ringrazio (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e di deputati del gruppo Italia dei Valori).
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Fiano. Credo faccia piacere a lei e all’Aula se le dico, senza alcun tipo di esitazione, che le frasi che lei ha letto sono frasi certamente vergognose (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania e di deputati del gruppo Unione di Centro), che esprimono un sentimento razzista che, purtroppo, in quell’epoca tragica per il nostro popolo albergava nell’animo - e, a volte, nelle parole - di tanti, troppi esponenti che, subito dopo la guerra, si collocarono in alcuni casi a destra, in altri casi in altre formazioni politiche (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).
Appelli26 May 2008 09:59 am
Si alla sicurezza no al razzismo.
I raid di Ponticelli contro un campo nomade sono la grave spia di una stagione di intolleranza verso immigrati e comunità rom che sta pericolosamente attraversando il nostro Paese. Questo clima prende le mosse da un senso generale di paura, d’incertezza , che tende ad amplificare in molti cittadini la percezione d’insicurezza, la sensazione d’essere indifesi nei confronti della delinquenza. E’ un sentimento questo che non va affatto sottovalutato e certamente esiste in Italia un problema di sicurezza anche legato al fenomeno dell’immigrazione clandestina, che e’ diffuso e va risolto con efficacia. Ma c ome sempre quando si diffondono sentimenti così profondi ed acuti, e peraltro come si diceva prima anche comprensibili, è facile che le reazioni colpiscano per primi gli “stranieri” , gli “altri” . Compito della politica è dare risposte al bisogno di sicurezza dei singoli e delle comunità, e al tempo stesso mostrarsi inflessibile verso ogni fenomeno di xenofobia, di razzismo, di aggressione verso intere categorie di presunti “nemici”: i romeni, gli immigrati irregolari, i rom.
E’ inaccettabile qualunque giustificazione o minimizzazione di questi atteggiamenti e comportamenti che li rappresenti come reazioni eccessive, ma conseguenti, a problemi quali la presenza di immigrati irregolari o l’alta percentuale di immigrati tra gli autori di determinati reati.
L’onda del razzismo e della xenofobia va fermata subito, l’Italia deve stringersi a tutti coloro, stranieri e “minoranze”, che vivono in pace nel nostro p aese , rispettandone le leggi . In gioco sono i princìpi costituzionali di libertà, in gioco sono i diritti umani, in gioco è il nostro futuro di comunità civile.
In particolare, come parlamentari e come ebre i italiani sentiamo il bisogno e il dovere di stringerci al popolo rom, al quale ci unisce una storia millenaria di persecuzioni e il comune destino del genocidio nazista, che mai potremo dimenticare. Per questo mai permetteremo che un intero popolo venga colpevolizzato o che i reati di alcuni, pochi o tanti che siano, producano pene per tutti.
Per questo diciamo oggi e diremo sempre, si alla sicurezza no al razzismo.
Vorremmo unire alle nostre firme quelle dei tanti che, siamo certi, percepiscono come noi il pericolo che stiamo correndo.
Sen. Rita Levi Montalcini
Sen. Roberto Della Seta
On. Emanuele Fiano
On. Riccardo Franco Levi
Le adesioni vanno segnalate all’Unità ( direzione@unita.it )
Eventi16 May 2008 02:09 pm
Yom ha Atzmaut 5768

Milano, Castello sforzesco
Rassegna Stampa11 May 2008 12:44 pm
Furio Colombo alla Fiera del Libro

“Ricordo ai manifestanti il forte legame tra ebrei e Resistenza”
Torino, 8 mag. (Apcom) - La Shoah, lo sterminio degli ebrei, è stata un delitto anche italiano. Furio Colombo, giornalista, scrittore e senatore dei Ds nella precedente legislatura, dalla Fiera del Libro di Torino denuncia le colpe dell’Italia nell’Olocausto nazista. Intervenendo alla presentazione dell’ultimo libro di Shlomo Venezia, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Colombo non ha usato mezze misure: “Due Paesi, non uno solo, dominavano l’Europa e ispiravano i governi filo-fascisti. Due Paesi, non solo la Germania ma anche l’Italia. In Italia - ha aggiunto il giornalista - le leggi razziali erano le più crudeli in Europa”. Nella XXI edizione della kermesse culturale torinese, che quest’anno vede Israele come Paese ospite d’onore, la testimonianza di Shlomo Venezia ha riportato sotto i riflettori la tragedia che ha infine spinto le Nazioni Unite a creare uno Stato ebraico in Palestina. E Furio Colombo ha sostenuto che lo sterminio voluto da Hitler “non è stato un’esplosione di bestialità. Stiamo parlando di un grande progetto culturale, l’orrore è stato il risultato di un dettagliato progetto culturale messo a punto nel cuore dell’Europa”.
Furio Colombo si è chiesto retoricamente se la Germania nazista avesse potuto portare avanti il suo progetto senza l’Italia, dove forse un forte monito dal Vaticano avrebbe potuto stoppare l’approvazione delle leggi razziali. “Ricordiamoci che siamo corresponsabili della Shoah - ha detto Colombo - e il giorno della Memoria è un modo per dire che ci vergognamo di quanto è accaduto”. Il giornalista ha poi fatto un esplicito riferimento all’attualità: “Il massacro di Verona ci ricorda che certe cose possono sempre tornare”.
La vis polemica di Furio Colombo, autore di un libro nel quale denuncia l’abbandono di Israele da parte della sinistra italiana, si è poi rivolta ai manifestanti dei centri sociali e di alcuni settori della sinistra arcobaleno, che in questi giorni invocano il boicottaggio della Fiera del libro. “Ricordo ai manifestanti - ha detto - il rapporto tra gli ebrei italiani e la Resistenza, che è stato un rapporto ineludibile. Basti pensare che Primo Levi è stato arrestato come combattente partigiano e solo dopo che lui si è denunciato come ebreo è stato consegnato dai militari della Rsi ai tedeschi che lo avrebbero deportato ad Auschwitz”. “Molti che dichiarano di difendere la Palestina - ha concluso Colombo - stanno solo perpetuando la guerra infinita, perché il modo in cui parlano di Israele chiede morte”.
Interventi11 May 2008 11:51 am
Testo integrale del discorso di Giorgio Napolitano alla Fiera del Libro

Sono qui per testimoniare con animo sereno come questa Fiera, di anno in anno, onori e coltivi i valori della cultura. Lo stesso stimolo alla lettura rappresenta un importante contributo all’arricchimento della persona perché possa conseguire - come vuole la nostra Costituzione - il suo pieno sviluppo. E il valore essenziale che la Fiera esprime, attraverso un’offerta sempre più riccamente pluralistica, è quello del confronto e del dialogo tra culture, posizioni di pensiero, esperienze creative, senza confini impenetrabili e senza preclusioni.
Si tratta di un contesto e di un clima, che non possono essere turbati e deviati da contese politiche, da intrusioni pretestuose. Non può certo essere assunta come pretesto la scelta del paese da invitare ogni anno come ospite d’onore. Lo si invita - così si è invitato a questa edizione Israele - per il patrimonio storico-culturale che rappresenta, per il suo apporto all’evoluzione della ricerca, dell’elaborazione culturale, dei linguaggi espressivi in molteplici ambiti e in una prospettiva comune. E lo si è fatto cogliendo la speciale occasione del 60° anniversario della fondazione dello Stato di Israele, deliberata dall’Assemblea delle Nazioni Unite.
Non c’è nulla, in ciò, che possa essere contestato come appiattimento politico di un grande evento culturale come quello che qui ora si inaugura. È vero piuttosto che si stravolge politicamente e culturalmente quest’evento pretendendo di introdurvi la problematica del drammatico conflitto arabo-israeliano in chiave di esasperata partigianeria, di negazione dei termini obiettivi di un dialogo più che mai necessario.
Perché non c’è dialogo se si muove dal rifiuto della legittimità dello Stato di Israele, delle ragioni della sua nascita, del suo diritto ad esistere nella pace e nella sicurezza. Un diritto che può e deve combinarsi con il diritto del popolo palestinese a dare vita a un suo Stato.
Sono questi i termini entro cui si colloca ogni sforzo di mediazione e d’intesa, con la partecipazione del governo di Israele e dell’autorità palestinese, col contributo dell’Unione europea, delle Nazioni Unite, di altri protagonisti della politica internazionale.
Tutt’altra cosa è la libertà di critica nei confronti della politica, ovvero di indirizzi e comportamenti concreti del governo di Israele: libertà che è riconosciuta innanzitutto in Israele in quanto Stato democratico.
In effetti, proprio i valori culturali che questa Fiera del Libro esprime e trasmette dovrebbero indurre tutti a riflettere sulle parole conclusive del saggio “Contro il fanatismo” di Amos Oz, uno dei rappresentanti più alti della grande letteratura israeliana di questi decenni. E cito: “Se fossi europeo, starei bene attento a non puntare il dito contro nulla e nessuno. Invece di far questo, apostrofando ingiuriosamente Israele o i palestinesi, per favore fate tutto quello che potete per aiutare entrambe le parti, perché tutte e due sono in procinto di prendere la più tormentosa decisione della loro storia… Non dovete più scegliere fra essere pro Israele o pro Palestina. Dovete essere per la pace”.
Ecco, questo è, io credo, lo spirito della Fiera di Torino, della Fiera del Libro, il cui programma rispecchierà i valori della tolleranza, del rispetto reciproco e dello scambio fecondo, dell’autonomia della cultura da condizionamenti ideologici e da contrapposizioni laceranti.
A voi, dunque, un augurio vivissimo di buon lavoro e di successo.
Giorgio Napolitano
Interventi10 May 2008 04:56 pm
Emanuele Fiano sui fatti di Torino

Mi domando da quale parte sarebbero stati i ragazzi ornati di Khefie, che l’altro giorno a Torino hanno riproposto il rito necrofilo delle bandiere di Israele bruciate. Da quale parte sarebbero stati, il giorno del voto delle Nazioni Unite in favore della spartizione della Palestina, il giorno in cui il mondo arabo decise sopra la testa dei Palestinesi per un destino di guerra continua e contro una prospettiva di convivenza che Israele e le Nazioni Unite avevano accettato. Sarebbero stati con i primi o con i secondi ? Necrofilo quel rito, come dice giustamente David Meghnagi, perché figlio di un amore per la morte che se prima, nei secoli, aveva adorato l’idea della morte degli ebrei come individui, oggi si scaglia contro Israele, male assoluto tra le nazioni. La bandiera di Israele arde nelle loro mani a prescindere, a priori delle scelte oggettive del suo governo. E’ un apriori assoluto il loro odio, ontologico, non necessità di odiare direttamente e fisicamente gli ebrei israeliani in carne ed ossa, sono sufficienti i loro libri, a prescindere dal loro contenuto. Sarebbero stati dalla parte di coloro che attaccarono Israele neonato.
Con una singolare coincidenza, il Parlamento italiano da poco inaugurato, non annovera nessuno, tra gli eletti, che possa anche lontanamente ricondurre a quel tessuto politico frequentato dai bruciatori di bandiere. Buon segno davvero. Ma fuori dal parlamento questo tessuto italiano pro-boicottaggio e razzista accoglie il mondo del fondamentalismo islamico antisemita; quello amico di Ahmadinejad, degli Hizbollah e di Hamas.
E contemporaneamente, è di poche settimane fa la pubblicazione sul web, da parte di ambienti dell’estrema destra italiana, di liste di proscrizione di professori universitari ebrei, rei secondo il teorema antisemita fascista, di essersi opposti al boicottaggio dei loro colleghi israeliani dalle Università italiane, come già successo nella civilissima, si sarebbe detto un tempo, Gran Bretagna.
Un tessuto inquietante dunque, trasversale e minoritario, a cui l’intero panorama politico italiano, fatta eccezione per alcuni reperti archeologici ha reagito compatto, e che vedrà nella presenza di Giorgio Napolitano all’apertura della Fiera il suggello di questa coralità.
In verità chi vorrebbe chiudere la bocca a Israele e alla sua cultura nel sessantesimo dalla sua fondazione, non agisce per condannare questa o quella politica, ma per affrontare di petto, la questione del diritto di Israele ad esistere, ieri, oggi e domani, in quei luoghi, come stato ebraico. Chi come me, difende Israele, non deve però mai alimentare il luogo comune che la sua esistenza si giustifichi con un sentimento pre-politico, figlio del senso di colpa occidentale per la Shoah. Come vorrebbe il teorema di Ahmadinejad. No, Israele va difeso politicamente, come diritto del popolo ebraico ad una propria rinascita nazionale al pari degli altri popoli.
Israele rimane l’unica democrazia del medioriente, imperfetta certo come tutte le democrazie occidentali, ma è il paese, dove una commissione indipendente di valutazione può mandare a casa un capo di Stato Maggiore dopo una guerra, dove un cittadino arabo-israeliano che considera il sionismo una iattura, può venire eletto al Parlamento, dove una manifestazione di popolo può fermare una guerra, dove centinaia di militari riservisti e di leva, si rifiutano di servire il paese nei territori occupati nel 1967. Israele è il paese dove gli omosessuali palestinesi fuggono quando sono discriminati. Tutto questo, nel territorio immenso che comprende tutto il mondo arabo e islamico, e che circonda Israel, semplicemente non accade. Altro è dire che si contesta la politica del governo di Israele, o che per esempio la politica seguita da molti anni per quello che riguarda gli insediamenti, è una politica sbagliata, che allontana la pace, che il disimpegno unilaterale dall’occupazione della striscia di Gaza, non fu una mossa azzeccata; per l’indebolimento della leadership palestinese che ne derivò e per il potere che di conseguenza ha conquistato a Gaza il fondamentalismo militare di Hamas. Altro è dire che il problema della convivenza tra Israele e il futuro Stato palestinese non può venire da un’infinita pratica militare di azione e reazione, che procura orribili morti innocenti. Tutto questo senza mai dimenticare il pericolo di esistenza quotidiano che vive Israele, incastrato nel filotto di nemici che vanno dal leader iraniano, in odore di bomba atomica, ai suoi alleati del Sud del Libano, fino appunto alla leadership di Hamas. Che ogni notte ricorda agli abitanti di Sderot e Askelon, come siano efficienti i lanciatori di missili a Gaza.
Continuo a non immaginare quale posto avrebbero occupato nella storia i ragazzi di Torino, al tempo della proclamazione di Israele, ma so per certo che il loro posto oggi, se si provassero a bruciare una qualsiasi bandiera, in quasi tutti gli stati arabi che allora dissero no alla spartizione, sarebbe in galera senza diritto di parola.
Il posto invece di chi vuole la pace in quella regione, di chi la vuole per Israele e per i Palestinesi, una pace tra due diritti ugualmente legittimi e tra due stati, è proprio in ogni luogo dove si parla, si scrive e si ascolta. Anche con il nemico se serve.
Rassegna Stampa10 May 2008 10:39 am
Fassino e il diritto all’esistenza di Israele

Roma, 9 mag. (Adnkronos) - «Ogni negazione dello stato di
Israele va respinta, perchè l’esistenza di Israele è tutt’uno con la
battaglia per affermare in ogni regione, in ogni paese ed in ogni
nazione la democrazia, i diritti delle persone, i valori di libertà
che devono ispirare la convivenza civile», ha detto oggi Piero Fassino
in un discorso al ricevimento offerto dall’ambasciatore israeliano
Gideon Meir per i 60 anni dello stato ebraico. Fassino, che ha parlato
dopo il neoministro degli Esteri Franco Frattini, ha sottolineato come
la richiesta da parte israeliana di un saluto alle due parti politiche
«sia un segnale politico di grande valore», perchè «c’è il
riconoscimento da tutte le parti politiche dell’importanza di questo
anniversario. C’è un sentimento di amicizia profondo in Italia e
nell’intero arco delle forze politiche verso Israele». Da
sessant’anni, ha ricordato Fassino, Israele «cerca la pace» lungo un
cammino «doloroso e travagliato» scandito da più di cinque guerre e
dalle «sofferenze del terrorismo», un cammino nel quale non sono
tuttavia mancate le occasioni di pace. Serve una «pace giusta per
entrambi i protagonisti» - ha detto Fassino - va respinta la tesi
troppo spesso ricorrente secondo cui in Medio Oriente vi sarebbero in
conflitto un torto, la pretesa di Israele ad esistere, ed una ragione,
quella dei palestinesi ad avere una patria.
Comunicati Stampa10 May 2008 10:32 am
Sul boicottaggio della Fiera del Libro di Torino

Siamo abituati, purtroppo, alle critiche pregiudiziali, di una parte della sinistra, allo stato di Israele.
Siamo abituati ad interpretazioni a senso unico del conflitto israelo palestinese, che nascono dalla percezione selettiva della realtà: spesso viene data notizia e ci si indigna solo delle reazioni israeliane, mentre si ignorano o giustificano gli episodi che le causano.
Siamo quindi in sostanza abituati a vedere una parte della sinistra (nettamente minoritaria, ma molto visibile e rumorosa) appoggiare indistintamente e incondizionatamente una delle due parti e così facendo si illude di favorire la pace mentre in realtà alimenta il conflitto.
Siamo abituati a tutto questo, eppure la vicenda del boicottaggio della fiera del libro di Torino è riuscita a sorprenderci per la bassezza delle argomentazioni e per due aspetti particolarmente fastidiosi.
Il primo è che il boicottaggio colpisce il mondo letterario israeliano, composto in massima parte da personalità che da sempre sostengono la necessità di una soluzione negoziale con la controparte palestinese.
La seconda aggravante è che un protagonista di questa vicenda, paladino delle “ragioni” del boicottaggio, è un personaggio che recentemente ha giustificato la repressione cinese in Tibet. Da un lato quindi si negano le ragioni dell’esistenza di Israele contestando la scelta di festeggiare l’anniversario della fondazione di uno stato che ha dato una nazione ad un popolo senza terra. Dall’altro si giustifica (o si viene rappresentati da chi giustifica) l’occupazione cinese del Tibet, condannando le pacifiche manifestazioni che chiedono autonomia per quella regione e la difesa dell’identità culturale di un popolo.
Questa incredibile asimmetria ha una duplice radice: la guerre fredda ha portato una parte della sinistra a negare o giustificare gli orrori del blocco comunista, e al contrario considerare orrori tutte le azioni e le realtà riconducibili al “campo imperialista”. Questo approccio ideologico ha arruolato Israele nell’asse del male in quanto presunta emanazione dell’occidente; è una visione, questa, totalmente sbagliata che ignora completamente la storia e la realtà di Israele, ma ha successo come molte cose semplici: dai virus alle idee leghiste.
La seconda radice si colloca nel mito distorto della rivoluzione. Paradossalmente un popolo, quello tibetano, che ha fatto della non violenza la propria bandiera, non merita la simpatia di un pezzo della sinistra. Sedicenti progressisti-pacifisti sostengono invece senza molti problemi gruppi e individui (da Hamas agli Hizbollah ad Ahmadinejad), portatori di idee reazionarie e integraliste, ma che offrono la loro ideologia e le loro azioni violente in un mercato in cui abbondano polverose nostalgie rivoluzionarie.
Per questo siamo preoccupati che la sconfitta elettorale della Sinistra Arcobaleno fermi l’evoluzione positiva che aveva messo in discussione l’ipocrisia del “pacifismo” violento.
Da ultimo ci auguriamo che la Fiera del Libro di Torino abbia un grande successo e che aiuti a capire meglio la cultura e la vita di Israele, che auspichiamo conviva, in un futuro non lontano, in pace con uno stato palestinese secondo lo schema due popoli, due stati, due democrazie.
Furio Colombo
Emanuele Fiano