Emanuele Fiano sui fatti di Torino
Mi domando da quale parte sarebbero stati i ragazzi ornati di Khefie, che l’altro giorno a Torino hanno riproposto il rito necrofilo delle bandiere di Israele bruciate. Da quale parte sarebbero stati, il giorno del voto delle Nazioni Unite in favore della spartizione della Palestina, il giorno in cui il mondo arabo decise sopra la testa dei Palestinesi per un destino di guerra continua e contro una prospettiva di convivenza che Israele e le Nazioni Unite avevano accettato. Sarebbero stati con i primi o con i secondi ? Necrofilo quel rito, come dice giustamente David Meghnagi, perché figlio di un amore per la morte che se prima, nei secoli, aveva adorato l’idea della morte degli ebrei come individui, oggi si scaglia contro Israele, male assoluto tra le nazioni. La bandiera di Israele arde nelle loro mani a prescindere, a priori delle scelte oggettive del suo governo. E’ un apriori assoluto il loro odio, ontologico, non necessità di odiare direttamente e fisicamente gli ebrei israeliani in carne ed ossa, sono sufficienti i loro libri, a prescindere dal loro contenuto. Sarebbero stati dalla parte di coloro che attaccarono Israele neonato.
Con una singolare coincidenza, il Parlamento italiano da poco inaugurato, non annovera nessuno, tra gli eletti, che possa anche lontanamente ricondurre a quel tessuto politico frequentato dai bruciatori di bandiere. Buon segno davvero. Ma fuori dal parlamento questo tessuto italiano pro-boicottaggio e razzista accoglie il mondo del fondamentalismo islamico antisemita; quello amico di Ahmadinejad, degli Hizbollah e di Hamas.
E contemporaneamente, è di poche settimane fa la pubblicazione sul web, da parte di ambienti dell’estrema destra italiana, di liste di proscrizione di professori universitari ebrei, rei secondo il teorema antisemita fascista, di essersi opposti al boicottaggio dei loro colleghi israeliani dalle Università italiane, come già successo nella civilissima, si sarebbe detto un tempo, Gran Bretagna.
Un tessuto inquietante dunque, trasversale e minoritario, a cui l’intero panorama politico italiano, fatta eccezione per alcuni reperti archeologici ha reagito compatto, e che vedrà nella presenza di Giorgio Napolitano all’apertura della Fiera il suggello di questa coralità.
In verità chi vorrebbe chiudere la bocca a Israele e alla sua cultura nel sessantesimo dalla sua fondazione, non agisce per condannare questa o quella politica, ma per affrontare di petto, la questione del diritto di Israele ad esistere, ieri, oggi e domani, in quei luoghi, come stato ebraico. Chi come me, difende Israele, non deve però mai alimentare il luogo comune che la sua esistenza si giustifichi con un sentimento pre-politico, figlio del senso di colpa occidentale per la Shoah. Come vorrebbe il teorema di Ahmadinejad. No, Israele va difeso politicamente, come diritto del popolo ebraico ad una propria rinascita nazionale al pari degli altri popoli.
Israele rimane l’unica democrazia del medioriente, imperfetta certo come tutte le democrazie occidentali, ma è il paese, dove una commissione indipendente di valutazione può mandare a casa un capo di Stato Maggiore dopo una guerra, dove un cittadino arabo-israeliano che considera il sionismo una iattura, può venire eletto al Parlamento, dove una manifestazione di popolo può fermare una guerra, dove centinaia di militari riservisti e di leva, si rifiutano di servire il paese nei territori occupati nel 1967. Israele è il paese dove gli omosessuali palestinesi fuggono quando sono discriminati. Tutto questo, nel territorio immenso che comprende tutto il mondo arabo e islamico, e che circonda Israel, semplicemente non accade. Altro è dire che si contesta la politica del governo di Israele, o che per esempio la politica seguita da molti anni per quello che riguarda gli insediamenti, è una politica sbagliata, che allontana la pace, che il disimpegno unilaterale dall’occupazione della striscia di Gaza, non fu una mossa azzeccata; per l’indebolimento della leadership palestinese che ne derivò e per il potere che di conseguenza ha conquistato a Gaza il fondamentalismo militare di Hamas. Altro è dire che il problema della convivenza tra Israele e il futuro Stato palestinese non può venire da un’infinita pratica militare di azione e reazione, che procura orribili morti innocenti. Tutto questo senza mai dimenticare il pericolo di esistenza quotidiano che vive Israele, incastrato nel filotto di nemici che vanno dal leader iraniano, in odore di bomba atomica, ai suoi alleati del Sud del Libano, fino appunto alla leadership di Hamas. Che ogni notte ricorda agli abitanti di Sderot e Askelon, come siano efficienti i lanciatori di missili a Gaza.
Continuo a non immaginare quale posto avrebbero occupato nella storia i ragazzi di Torino, al tempo della proclamazione di Israele, ma so per certo che il loro posto oggi, se si provassero a bruciare una qualsiasi bandiera, in quasi tutti gli stati arabi che allora dissero no alla spartizione, sarebbe in galera senza diritto di parola.
Il posto invece di chi vuole la pace in quella regione, di chi la vuole per Israele e per i Palestinesi, una pace tra due diritti ugualmente legittimi e tra due stati, è proprio in ogni luogo dove si parla, si scrive e si ascolta. Anche con il nemico se serve.
