DAVID BIDUSSA
in “il Secolo XIX”, 5 giugno 2008, p. 21

Delle molte scene che sono andate in onda in questi due giorni intorno alla Conferenza promossa dalla Fao a Roma sui problemi dell’emergenza alimentare, solo alcune alla fine resteranno emblematiche: l’espulsione del giornalista indesiderato Ahmad Rafat, giornalista iraniano, vicedirettore di AdnKronos, a cui viene interdetto l’accesso in sala; le parole del dittatore dello Zaire, Mugabe; i balbettii dei paesi occidentali – compresi noi – sull’emergenza alimentare. Su tutto hanno dominato le  parole di Mahmaoud Ahmadinejad. Di queste soprattutto hanno parlato i giornali di ieri. Opportunamente. Ma alla fine, a ben guardare, è proprio questa la novità? Di quelle parole sapevamo in anticipo, non era la prima volta che venivano pronunciate e farlo a Roma, alla fine, nell’epoca della globalizzazione, cambia poco rispetto all’identica scena che da molto tempo va in onda a Teheran.
Le novità, invece, sono due. La prima riguarda il fatto che Ahmadinejad ha parlato e che  nessuno gli ha davvero replicato. La seconda è chi è divenuto rilevante o irrilevante in questa discussione. Consideriamo la prima questione
Complessivamente Ahmadinejad non ha avuto una replica. Ha detto ai suoi interlocutori – e a noi – che siamo un’umanità alla deriva, che manchiamo di principi, che la sfida del futuro, la ciance di sopravvivenza riguarda quelle realtà politiche in grado di sacrificarsi e di pensare in termini di riscatto. In breve ci ha detto che noi siano il passato, che non abbiamo la forza, e anche più generalmente la voglia di pensare  a domani. In breve che rappresentiamo una rendita di posizione e che il domani non  ci appartiene. Qua e là ha anche accennato a qualche Stato che è destinato a sparire (Israele e forse gli Stati Uniti). Nel complesso non è nemmeno seguito il dibattito, è seguito il silenzio, rotto qua e là da una dimostrazione degli esuli iraniani che è stata complessivamente simbolica (un po’ di tessuto nero sulla scalinata di Trinità dei Monti) e da un concentramento di qualche centinaio di ebrei che gridavano contro l’Iran, nell’indifferenza collettiva. In breve la questione Iran nella coscienza pubblica si è data come un fatto privato, che riguarda alcune categorie specifiche di persone. Se volevamo una dimostrazione di profilo civile, di che cosa significa nella pratica culturale italiana la rivendicazione della cultura dei diritti umani, ebbene nei giorni scorsi abbiano avuto una prova del suo “stato di salute”, in Italia.
La seconda questione riguarda la irrilevanza della classe politica. Ahmadinejad è arrivato a Roma preceduto da un corso di dichiarazioni negative ad incontrarlo. Non ha replicato né chiesto un incontro a nessun uomo politico. L’unica richiesta avanzata è stata quella di incontrare il Papa. Richiesta non  accolta, ma che indica un problema: che nella dimensione del confronto,  ciò che è stato spiazzato è la dimensione della politica, ridotta ad ancella del sacro, oppure sostituita con il sacro. Tre secoli di laicità della politica sono stati semplicemente azzerati con un atto – e anche in questo caso con un atto non avvenuto. Perché per quanto quell’incontro non ci sia stato, la premessa è che riallacciare un possibile confronto a distanza con Teheran, passerà per canali che non sono la politica, soprattutto non sono quello che da Machiavelli in poi noi siamo abituati a pensare che sia la politica. Chi ha vinto a Roma?