David Bidussa
In “il Secolo XIX”, 28 settembre 2008, p. 15

L’attentato a Zeev Sternhell, storico israeliano, compiuto nella sera di mercoledì 24 settembre a Gerusalemme, non colpisce solo un intellettuale, ma a suo modo riconosce la fondatezza della sua analisi culturale e politica. Infatti, questa volta non c’è solo un obiettivo politico, quanto quello di uno culturale. Storico delle idee, docente di storia delle dottrine politiche all’Università ebraica di Gerusalemme opinionista del quotidiano “liberal” “Haaretz”, da sempre critico del mantenimento dell’occupazione successiva alla “Guerra dei Sei giorni” e della politica favorevole agli insediamenti dei coloni, Sternhell rappresenta oggi una a delle voci più espressive della sinistra democratica israeliana.

Almeno dal 1988, sostiene pubblicamente che uno dei maggiori pericoli che corre la democrazia israeliana è dato dal progressivo processo d’etnicizzazione sia della sua metamorfosi culturale, sia della sua prassi politica. A suo giudizio, infatti, quella in atto in Israele, da più di due decenni, è una pericolosa trasformazione - controbilanciata da una mobilitazione dell’opinione pubblica - verso uno Stato e una società esclusivi. Un processo che secondo Sternhell è aggravato dal ruolo che l’occidente ha affidato a Israele: essere la sua “sentinella” in Medioriente, ruolo che impedisce la costruzione di una politica volta alla ricerca di una partnership locale e dunque che perpetua la condizione di quello Stato come “corpo estraneo”. Così, per Sternhell, il conflitto israelo-palestinese diventa sempre più un confronto simbolico tra “Occidente” e “Oriente”, mentre si perdono o in ogni modo divengono secondari gli elementi di materialità e di causa concreta che inizialmente lo hanno posto in essere.

Ciò non significa che sarà sufficiente una diversa gestione internazionale volta a risolvere, o perlomeno a rimuovere, le cause di quel conflitto. Infatti, per Sternhell, occorre anche tener presente la conseguenza della macchina ideologica, della retorica politica, che contribuiscono a costruire una coscienza pubblica.

Sternhell ritiene che la retorica politica, la simbologia, le parole, in breve lo stile politico del movimento dell’estrema destra israeliana, ha avuto e svolto questa funzione successivamente alla “guerra dei sei giorni”. Un processo che a suo avviso trasforma la natura dello Stato e della sua cultura politica che non è nuovo nella storia contemporanea, e che ha la sua espressione più sviluppata nelle vicende francesi del ‘900. Riguarda la lunga metamorfosi di quei movimenti nazionalistici, prima aventi un carattere di élite”, ma poi sempre più diffusi, organizzati sia come un partito politico di massa, sia praticanti la violenza. Movimenti in cui si mischiano il culto della violenza e la percezione costante della possibile decadenza della nazione, in conseguenza del suo venire meno rispetto ali suoi presunti tratti politico-culturali costituenti. Una storia politica che è stata al centro dell’attività di studioso delle idee e dei movimenti sociali di Sternhell in cui la destra, a differenza di quella tradizionale si trasforma in “rivoluzionaria (un’espressione che Sternhell stesso ha coniato e che dà il titolo al suo libro più noto) ma che anche acquista altre caratteristiche e la cui cultura politica, insieme al nazionalismo, è anche l’anti-illuminismo (tema su cui ha costruito il suo ultimo libro). A ben vedere per molti aspetti la silhouette della destra nazionalista israeliana degli ultimi dieci anni.