Sul boicottaggio della Fiera del Libro di Torino
Siamo abituati, purtroppo, alle critiche pregiudiziali, di una parte della sinistra, allo stato di Israele.
Siamo abituati ad interpretazioni a senso unico del conflitto israelo palestinese, che nascono dalla percezione selettiva della realtà: spesso viene data notizia e ci si indigna solo delle reazioni israeliane, mentre si ignorano o giustificano gli episodi che le causano.
Siamo quindi in sostanza abituati a vedere una parte della sinistra (nettamente minoritaria, ma molto visibile e rumorosa) appoggiare indistintamente e incondizionatamente una delle due parti e così facendo si illude di favorire la pace mentre in realtà alimenta il conflitto.
Siamo abituati a tutto questo, eppure la vicenda del boicottaggio della fiera del libro di Torino è riuscita a sorprenderci per la bassezza delle argomentazioni e per due aspetti particolarmente fastidiosi.
Il primo è che il boicottaggio colpisce il mondo letterario israeliano, composto in massima parte da personalità che da sempre sostengono la necessità di una soluzione negoziale con la controparte palestinese.
La seconda aggravante è che un protagonista di questa vicenda, paladino delle “ragioni” del boicottaggio, è un personaggio che recentemente ha giustificato la repressione cinese in Tibet. Da un lato quindi si negano le ragioni dell’esistenza di Israele contestando la scelta di festeggiare l’anniversario della fondazione di uno stato che ha dato una nazione ad un popolo senza terra. Dall’altro si giustifica (o si viene rappresentati da chi giustifica) l’occupazione cinese del Tibet, condannando le pacifiche manifestazioni che chiedono autonomia per quella regione e la difesa dell’identità culturale di un popolo.
Questa incredibile asimmetria ha una duplice radice: la guerre fredda ha portato una parte della sinistra a negare o giustificare gli orrori del blocco comunista, e al contrario considerare orrori tutte le azioni e le realtà riconducibili al “campo imperialista”. Questo approccio ideologico ha arruolato Israele nell’asse del male in quanto presunta emanazione dell’occidente; è una visione, questa, totalmente sbagliata che ignora completamente la storia e la realtà di Israele, ma ha successo come molte cose semplici: dai virus alle idee leghiste.
La seconda radice si colloca nel mito distorto della rivoluzione. Paradossalmente un popolo, quello tibetano, che ha fatto della non violenza la propria bandiera, non merita la simpatia di un pezzo della sinistra. Sedicenti progressisti-pacifisti sostengono invece senza molti problemi gruppi e individui (da Hamas agli Hizbollah ad Ahmadinejad), portatori di idee reazionarie e integraliste, ma che offrono la loro ideologia e le loro azioni violente in un mercato in cui abbondano polverose nostalgie rivoluzionarie.
Per questo siamo preoccupati che la sconfitta elettorale della Sinistra Arcobaleno fermi l’evoluzione positiva che aveva messo in discussione l’ipocrisia del “pacifismo” violento.
Da ultimo ci auguriamo che la Fiera del Libro di Torino abbia un grande successo e che aiuti a capire meglio la cultura e la vita di Israele, che auspichiamo conviva, in un futuro non lontano, in pace con uno stato palestinese secondo lo schema due popoli, due stati, due democrazie.
Furio Colombo
Emanuele Fiano
