Manifesto della Sinistra Per Israele

1. Sinistra per Israele nasce per sviluppare la conoscenza delle posizioni della sinistra israeliana e la solidarietà nei confronti del “campo della pace” in Israele.

2. Sinistra per Israele intende combattere i pregiudizi antiisraeliani che albergano anche in una parte della sinistra italiana. Solo un rapporto più equilibrato con le parti in causa nel conflitto potrà portare ad effettivi risultati positivi.

3. La legittima opposizione ad alcune azioni dei governi di Israele non deve tradursi in condanne generalizzate e boicottaggi a tutta la società israeliana, l’unica società democratica e pluralista in medioriente.

4. Israele non va lasciata sola, preda dell’annessione forzata alla retorica semplificatrice della guerra fra civiltà portata avanti dalla destra

5. L’antisionismo di parte della sinistra può nascondere con troppa facilità una nuova e più sottile forma di antisemitismo

6. Sinistra per Israele condivide l’appoggio alla legittima rivendicazione nazionale palestinese, ma rifiuta atteggiamenti acritici che non distinguano le componenti patriottiche da quelle estremiste.

7. La dirigenza palestinese ha avuto innegabili responsabilità in rapporto all’abbandono delle trattative di pace e alla scelta della lotta violenta e persino del terrorismo.

8. Il terrorismo è un crimine inaccettabile, che deve essere condannato con forza e senza condizioni.

9. I governi di Israele hanno avuto gravi responsabilità che riguardano la costruzione degli insediamenti e forme di intervento in territorio palestinese che producono sofferenze e umiliazioni per la popolazione civile.

10. Sinistra per Israele resta fedele al principio “due popoli due stati” e all’insegnamento di Rabin: “Portare avanti il processo di pace come se non ci fosse il terrorismo, combattere il terrorismo come se on ci fossero trattative”.

Il documento costitutivo esprime per esteso le posizioni di SPI elencate per punti del manifesto.

Documento costitutivo della Sinistra Per Israele

1 - Sinistra per Israele
Sinistra per Israele, che raccoglie il testimone dal gruppo omonimo costituitosi all’indomani della guerra dei sei giorni, si propone due obiettivi: sviluppare la conoscenza delle posizioni della sinistra israeliana e la solidarietà nei confronti del “campo della pace” in Israele, contrastare i pregiudizi antiisraeliani, antisionisti e talora perfino antisemiti che albergano anche in una parte consistente della sinistra italiana.

Questo antagonismo da sinistra verso Israele fonda le sue radici nella guerra fredda e oggi acquisisce nuovo vigore sull’onda di un rinnovato massimalismo terzomondista.
Ritrovare e rinnovare le ragioni della solidarietà fra la sinistra e Israele è necessario, oltre che per non essere complici di una serie di falsi storici, anche nel nome della pace la cui costruzione non può prescindere dalla corretta interpretazione di ciò che è accaduto e di cosa sta realmente accadendo.

2 - L’errore del pregiudizio antiisraeliano
Sempre più sovente le legittime critiche a talune scelte dei governi israeliani e le pur condivisibili rivendicazioni per i palestinesi degenerano in un sostanziale rifiuto di Israele come nazione.
Riteniamo che questo atteggiamento sia da combattere politicamente; innanzi tutto perché noi, proprio perché di sinistra, sentiamo un legame particolare verso Israele, verso la sua storia, le sue
istituzioni democratiche, la sua società pluralista. Israele è uno straordinario esempio di come una democrazia sia caparbiamente nata e si sia sviluppata, per scelta, in un contesto fortemente ostile.

Inoltre l’atteggiamento aprioristicamente antiisraeliano sposta l’attenzione dell’opinione pubblica dalla richiesta che il governo di Israele compia i passi necessari in direzione della pace, quali la creazione di un confine ed il ritiro dalle colonie, ad un generico e indiscriminato attacco allo Stato di Israele, (come testimoniano gli assurdi appelli al boicottaggio), con il risultato di rafforzare la destra israeliana, aumentando il senso di isolamento e l’illusione dell’autosufficienza.

Sinistra per Israele rifiuta che vi sia solo l’alternativa tra accettare qualsiasi decisione e comportamento dello stato di Israele, pena l’accusa di essere filoterroristi, ed il sostegno incondizionato alle posizioni ed alle rivendicazioni palestinesi ed alla conseguente mitizzazione della loro lotta. Entrambe queste posizioni non riconoscono l’avversario, giustificano i comportamenti della propria parte come reazione a quelli degli altri; in sintesi sono generate dall’accettazione della logica del conflitto e a loro volta generano conflitto.

3 - La politica
Si può e si deve ricominciare a fare politica, chiamando per nome e distinguendo le legittime rivendicazioni nazionali da coloro che mirano alla distruzione totale dello Stato di Israele. Si può immaginare un MedioOriente coinvolto in un diverso equilibrio e che trovi nello Stato di Israele una componente non più estranea, ma pienamente integrata nello sviluppo della zona; così come nella nascita di uno stato democratico palestinese un elemento di stabilità.

Per arrivare a questo va costruito un percorso di “pacificazione” fra Israele e i Palestinesi, e con tutta l’area, che sia segnato da passi piccoli ma certi, realistici ed irreversibili.

Sul versante palestinese, la sinistra occidentale ha una credibilità che deve spendere per spingere ad un compromesso con gli Israeliani. Contemporaneamente per rafforzare il campo della pace la sinistra
deve riavvicinarsi ad Israele come ad un paese amico, come quell’isola di democrazia non “altra” dalla sua tradizione.

4- Antisemitismo: l’Europa ancora nel buio
Non è un caso che proprio in questo momento riaffiorino inquietanti segnali di antisemitismo.
L’ansia per un nemico trova un sottile ma fortissimo canale di sfogo nell’attacco all’ebreo.
Tornano così di moda deliranti visioni di “colpa collettiva”: tutti gli israeliani colpevoli per le scelte del loro governo; tutti gli ebrei colpevoli per ogni errore di Israele.
Uno degli aspetti di questa tendenza, in certa sinistra in particolare, è la tesi di chi sostiene che gli ebrei (israeliani) stiano facendo ai palestinesi ciò che è stato fatto loro durante la Shoah, tesi peraltro di fatto riduzionista nei confronti della immane tragedia perpetrata nel cuore dell’Europa al popolo ebraico.
Concordiamo sul fatto che l’accusa di antisemitismo non debba essere usata superficialmente, o addirittura in modo retorico per non rispondere nel merito a critiche di comportamenti del governo
Israeliano. E’ altrettanto vero, però, che, prescindendo dal merito, viene usata la risibile argomentazione secondo la quale essere di sinistra sia un antidoto sufficiente per non essere suscettibili di
antisemitismo. La sinistra ha vissuto nella storia europea e di essa ha contratto anche i morbi.

5 - La falsa simmetria
I governi di Israele hanno gravi responsabilità a partire dalla costruzione e dal finanziamento degli insediamenti così come certe azioni di forza nei territori occupati; ancor più l’oppressione, le
restrizioni e le umiliazioni che la rioccupazione dei territori infligge all’intera popolazione civile palestinese, non solo non avvicinano lo sbocco politico del conflitto, ma finiscono per alimentare il consenso al terrorismo.
La radice del terrorismo, però, non può essere individuata
nell’occupazione della Cisgiordania e di Gaza Il terrorismo nasce da un sentimento di totale rifiuto dello stato di Israele, e come tale non può essere giustificato, o anche solo considerato, come risposta ad una pur criticabile politica di repressione.
Bisogna fare i conti con il dato storico che una parte della società palestinese non ha mai accettato e non è ancora oggi disposta ad accettare l’esistenza dello Stato d’Israele e non condivide la soluzione “due popoli due stati”.

6 - Le responsabilità del fallimento della “pace di Oslo”
Occorre affermare che il rifiuto degli accordi proposti nel 2000 a Camp David e a Taba – un traguardo positivo finalmente raggiungibile dopo anni di progressi stentati, alternati da inadempienze e
contraddizioni da ambo le parti – è stato un errore gravissimo che è responsabilità soprattutto di Arafat.

Sulla dirigenza palestinese andavano fatte, soprattutto da parte della sinistra e del movimento pacifista internazionale, forti pressioni per chiudere quell’accordo, e comunque perché non venisse abbandonato il processo di pace e perché non vi fosse la regressione al piano della violenza e del terrore.

Negare o non ricordare ciò significa porre le basi per il fallimento di futuri piani di pace.

7 - Democrazia e sviluppo in Palestina.
La costruzione della pace non può prescindere da alcuni cambiamenti che devono maturare nella società palestinese.
Sono fondamentali la democratizzazione ed il progresso sociale ed economico.

In passato tensioni derivanti da conflitti sociali endogeni alla società palestinese o legati a scelte politiche del mondo arabo sono stati scientemente fatti sfogare contro Israele.

Molte responsabilità concorrono nel mancato sviluppo della società palestinese.
Le nazioni arabe e l’Onu, sia prima che dopo l’occupazione dei territori, hanno voluto mantenere i profughi palestinesi nella loro disperata condizione per sfruttare la situazione in vista di una “rivincita” contro Israele.

D’altra parte, l’occupazione israeliana, con l’appropriazione indebita di terre, gli insediamenti e quant’altro, ha favorito di fatto la crescita dell’estremismo e dell’odio in quelle popolazioni.

8 - Gli altri attori
La questione israelo-palestinese non ha visto e non vede sulla scena solo due attori, ma una pluralità di forze e di interessi, troppo spesso dimenticati.
In passato sulla scacchiera mediorientale è stata giocata una partita importante della guerra fredda. Di qui lo schieramento di una parte della sinistra contro Israele come riflesso condizionato.

Oggi tra i soggetti in campo forti resistenze al processo di pace sono venuti da alcuni paesi della regione, come la Siria, l’Iraq, l’Iran, che hanno continuato a giocare sulla pelle di palestinesi ed israeliani per perseguire le loro strategie di potere in politica interna ed internazionale.
Questa politica è stata utilizzata per sviare le tensioni sociali contro “il nemico sionista”, al fine di mantenere i loro regimi autocratici.

9 - L’11 settembre e la retorica violenta dello scontro fra civiltà
L’attacco suicida alle Torri Gemelle – la cui portata storica pochi hanno valutato con rigore- ha creato una nuova e più difficile realtà e ha imposto la guerra al terrore come prima necessità dell’agenda politica.
In questa battaglia Israele è stata “arruolata” soprattutto dalla destra come avanguardia dell’Occidente contro l’Islam, nella retorica semplificatrice della guerra fra civiltà.

10 – “riprendere il processo di pace come se non ci fosse il terrorismo; combattere il terrorismo come se non ci fosse trattativa”
Le parole di Rabin, che coniugavano lungimiranza e fermezza, ci indicano uno stile ancora valido, e non solo per Israele. Tutto il mondo deve dialogare e trovare una nuova forma di contratto planetario come se i nemici non ci fossero; ma al tempo stesso tutto il mondo dei diritti e della società aperta deve combattere con consapevole fermezza coloro che questa società vorrebbero distrutta.